giovedì 2 maggio 2013

La Medicina durante la Grande Guerra

"All'ospedale da campo c'è gran da fare. Puzza, come sempre, di creolina, di pus e sudore. La vita di baraccamento abitua a tante cose, ma qui è facile che uno si senta venir meno. Cerchiamo di rintracciare Kemmerich; è coricato in una sala e ci riceve con una fioca espressione di gioia e di impotente agitazione. Mentre era svenuto, gli hanno rubato l'orologio"

Il tetro spettacolo che i protagonisti de "Niente di nuovo sul fronte occidentale" si trovano di fronte, mentre fanno visita ad un loro compagno ricoverato, è quello tipico delle infermerie da trincea. L'afflusso di feriti supera di gran lunga la capacità dei locali adibiti ad ospedale provvisorio, dove crocerossine e chirurghi da campo, spesso volontari, volano da un letto all'altro per distribuire i medicinali (scarsi) e il conforto (largamente disponibile, ma non altrettanto efficace dal punto di vista medico) ai soldati che versano nelle condizioni più disparate, dalle semplici fratture fino all'agonia conseguente all'esplosione ravvicinata di una granata. L'igiene viene mantenuto a livelli minimi tramite l'utilizzo sfrenato di disinfettanti, quali appunto la creolina, una sostanza sintetizzata a fine '800 dal chimico inglese William Pearson e che risultava dalla mescolanza di catrame, idrossido di sodio (altrimenti noto col nome comune di "soda caustica"), saponi vari; l'applicazione, operata tanto sulle superfici (venne impiegata anche all'interno dei motori al fine di rimuovere macchie d'olio), quanto su utensili e perfino sui corpi dei feriti, era fonte di intossicazione per chiunque ne inalasse i vapori, secondo studi che erano stati portati a termine già un anno prima dello scoppio del conflitto. Tuttavia, in un ambiente dove non mancavano di aggirarsi nemmeno gli sciacalli responsabili di furti indiscriminati ai pazienti in stato di incoscienza, si badava molto più ad arginare l'eventuale diffondersi di infezioni che all'effettivo benessere dei singoli individui coinvolti.




"Guardiamo sotto la sua coperta. Ha la gamba sotto un archetto di ferro, e sopra si stende la greve coltre.  [..] il piede non c'è più, perché la gamba è amputata"

Quella dell'amputazione di arti è una pratica molto antica in battaglia (si pensi ai corsari del '600 e alle loro gambe di legno come souvenir di arrembaggi sfortunati, che la cinematografia ha provveduto a diffondere nell'immaginario collettivo), ma soltanto a partire dalla Guerra Civile Americana diventa finalmente efficace, grazie all'introduzione dei primi anestetici che alleviano le sofferenze del malcapitato durante l'operazione. Quest'ultima avviene però ancora con seghetti e lame ricurve non anestetizzate e riutilizzate più e più volte; senza considerare che si ricorre all'imputazione anche in presenza dei casi meno gravi, come possono essere le fratture esposte, in modo tale da impedire lo sviluppo di setticemie, che difficilmente si potrebbero prevenire senza l'uso di antibiotici, non ancora disponibili sui tavoli operatori. Il successivo ricorso a protesi, principalmente lignee, permetteva un parziale reinserimento dei mutilati nella società.



"Kemmerich ha il respiro greve per la febbre. Fuori fermiamo un infermiere, e cerchiamo di persuaderlo a fargli un'iniezione. Ma quello rifiuta <<Se dovessimo dar la morfina a tutti, non basterebbero dei barili>>.<<Si vede che non servi che gli ufficiali>> osserva Kropp iroso"

La disparità di trattamento tra soldati semplici e gallonati si ripercuote anche in infermeria. Quello che più conta, però, è la citazione che coinvolge la "morfina", la rivoluzione del XX secolo nel campo degli antidolorifici, di cui si può trovare un'accurata descrizione medico-scientifica al seguente indirizzo:






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